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Dalla pressione al vantaggio competitivo: sei priorità per le PMI automotive

Per le PMI della filiera automotive, l’incertezza di mercato diventa un banco di prova strategico: efficienza, supply chain, innovazione, digitale, competenze e adattamento climatico.

Di Christine Caillaud

24 agosto 2026 · 5 min di lettura

Vista di un reparto produttivo automotive con linee di assemblaggio e lavoratori al lavoro in un impianto industriale.

Negli ultimi mesi il dibattito sull’automotive si è concentrato soprattutto su dazi, transizione elettrica, concorrenza globale e rallentamento della domanda.

Per le PMI della filiera, tuttavia, la domanda più utile non è soltanto «che cosa succederà al mercato?», ma:

Quali decisioni possiamo prendere oggi per trasformare questa fase di incertezza in un vantaggio competitivo?

Il Global Automotive Supplier Study 2026 di Boston Consulting Group descrive un settore che non sta semplicemente attraversando una fase negativa. È in corso una trasformazione strutturale del modo in cui si crea valore.

Secondo BCG, la domanda globale di componenti potrebbe crescere mediamente del 3,5% all’anno tra il 2025 e il 2035. Il dato complessivo, però, nasconde differenze profonde: software, batterie, elettronica e sistemi di propulsione elettrica crescono rapidamente, mentre diverse componenti legate ai motori tradizionali sono destinate a contrarsi.

Per le imprese italiane questo non significa inseguire ogni nuova tecnologia. Significa capire con maggiore precisione dove continuare a investire, quali rischi ridurre e quali capacità costruire.

1. Rendere strutturale l’efficienza operativa

L’efficienza non può più coincidere con una serie di tagli occasionali decisi nei momenti di difficoltà.

Occorre intervenire sulle cause che rendono l’organizzazione complessa o poco redditizia: processi frammentati, rilavorazioni, passaggi decisionali troppo lunghi, portafogli difficili da gestire e programmi che assorbono risorse senza produrre margini adeguati.

Questo richiede una conoscenza puntuale dell’economia di ogni progetto e cliente. Non basta sapere quanto fattura una commessa: bisogna comprenderne il costo reale lungo tutto il ciclo di vita, dall’offerta all’industrializzazione e alla produzione.

La domanda da porsi è semplice: quali attività generano valore e quali consumano capacità senza rafforzare il business?

2. Costruire una supply chain capace di assorbire gli shock

Diversificare non significa soltanto aumentare il numero dei fornitori.

Una supply chain resiliente nasce dalla conoscenza delle dipendenze critiche: fornitori difficili da sostituire, materiali provenienti da una sola area geografica, concentrazione eccessiva su pochi clienti o mercati e componenti privi di alternative qualificate.

Per una PMI può significare introdurre una seconda fonte di approvvigionamento per le categorie più sensibili, condividere meglio i rischi nei contratti, monitorare segnali di allerta e sviluppare una presenza commerciale meno dipendente da un singolo Paese.

La resilienza ha un costo, ma l’assenza di alternative può averne uno molto maggiore.

3. Scegliere con chiarezza dove giocare in attacco

Elettrificazione, elettronica, software e materiali avanzati stanno modificando la distribuzione del valore nella filiera.

Per una PMI, però, la risposta non può essere investire indiscriminatamente in ogni tecnologia emergente. La scelta deve partire dalle competenze già presenti, dalle relazioni costruite nel tempo e dalle aree nelle quali l’impresa può offrire qualcosa di realmente distintivo.

In alcuni casi l’opportunità sarà entrare in nuovi segmenti della mobilità. In altri, applicare le proprie capacità industriali a mercati adiacenti o rafforzare la presenza internazionale.

La priorità è distinguere le opportunità coerenti con l’identità dell’impresa dalle iniziative che disperdono risorse.

4. Portare digitale e intelligenza artificiale nei processi che contano

L’intelligenza artificiale diventa utile quando risolve un problema operativo concreto.

Nella filiera automotive può migliorare la pianificazione, anticipare anomalie qualitative, supportare la manutenzione, velocizzare la preparazione delle offerte e rendere più tempestive le decisioni sulla supply chain.

Il punto di partenza non dovrebbe quindi essere «dove possiamo usare l’AI?», ma:

Quale decisione oggi è lenta, ripetitiva o basata su informazioni incomplete?

Da lì è possibile individuare un primo caso d’uso, misurarne i risultati e costruire gradualmente competenze e qualità dei dati.

5. Investire nelle persone che rendono possibile la trasformazione

Tecnologie e processi producono risultati soltanto quando le persone sanno utilizzarli e riconoscono il motivo del cambiamento.

Le competenze richieste stanno diventando più trasversali: alla conoscenza tecnica si affiancano la capacità di leggere i dati, gestire progetti complessi, lavorare con clienti internazionali e collegare decisioni operative, commerciali e ambientali.

Per questo la formazione non può essere un’attività occasionale. Deve accompagnare le scelte strategiche dell’impresa, coinvolgendo anche leadership e management intermedio.

6. Trattare l’adattamento climatico come continuità operativa

Alle cinque direttrici indicate da BCG se ne affianca una sesta: la capacità di prepararsi agli effetti fisici del cambiamento climatico.

Mitigazione e adattamento sono due aspetti diversi. Ridurre le emissioni resta essenziale, ma non protegge automaticamente stabilimenti, persone, logistica e fornitori dagli eventi climatici che si stanno già verificando.

Secondo il McKinsey Global Institute, ogni euro investito oggi in misure di adattamento consolidate può evitare mediamente circa tre euro di danni. In scenari di riscaldamento più elevato, il beneficio economico può crescere ulteriormente.

Per un’impresa automotive, adattarsi può significare valutare l’esposizione degli stabilimenti al caldo estremo e alle alluvioni, proteggere la continuità energetica, rivedere la gestione dell’acqua, conoscere la vulnerabilità dei fornitori critici e integrare il rischio climatico nelle decisioni di investimento e approvvigionamento.

Non si tratta quindi di una voce separata dalla strategia industriale. È una componente della gestione del rischio e della continuità del business.

Sei priorità, un’unica strategia

Queste direttrici non funzionano in modo isolato.

L’efficienza libera risorse. Una supply chain più resiliente protegge la produzione. L’innovazione apre nuovi mercati. Digitale e AI migliorano la qualità delle decisioni. Le competenze rendono il cambiamento possibile. L’adattamento climatico protegge persone, impianti e continuità operativa.

Per iniziare, ogni impresa può provare a rispondere a sei domande:

  • Conosciamo la redditività effettiva dei nostri programmi e clienti?

  • Dove si trovano le dipendenze più rischiose della nostra supply chain?

  • Quali competenze possono aprirci mercati nuovi o adiacenti?

  • Quale processo potrebbe beneficiare subito di dati migliori o dell’AI?

  • Quali capacità mancheranno alla nostra organizzazione nei prossimi anni?

  • Quanto sono esposti stabilimenti e fornitori agli effetti del cambiamento climatico?

Le PMI italiane hanno spesso dimostrato una notevole capacità di innovare con flessibilità, specializzazione e vicinanza al cliente. Oggi queste qualità restano decisive, ma devono essere sostenute da priorità esplicite e da scelte coerenti.

Essere flessibili non significa improvvisare. Significa riconoscere prima degli altri che cosa sta cambiando e organizzarsi per rispondere.

Fonti

Boston Consulting Group — Global Automotive Supplier Study 2026
https://www.bcg.com/publications/2026/the-2026-global-automotive-supplier-study

McKinsey Global Institute — Climate adaptation more than covers its costs
https://www.mckinsey.com/mgi/media-center/climate-adaptation-more-than-covers-its-costs

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